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Immaturi - Il viaggio
di Paolo Genovese. Con Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Barbora Bobulova, Raoul Bova, Anita Caprioli, Paolo Kessisoglu, Ricky Memphis, Luisa Ranieri. Italia 2012. Durata 100’.
Dopo aver finalmente sostenuto la maturità il gruppo di quasi-quarantenni al centro di Immaturi, si prende una settimana di vacanza per il più classico dei viaggi post-esame, nella più classica delle località adolescenziali: un'isola greca. Le tentazioni di ogni sorta che troveranno sull'isola non faranno che aumentare ed esasperare i conflitti latenti, le paure e i nodi irrisolti delle relazioni che animano l'interno del gruppo. L'epopea del raggiungimento della maturità (intesa concretamente come "esame di stato") è stata lo specchio del raggiungimento di un'insperata maturità (intesa in senso ideologico come maturazione mentale e assunzione delle responsabilità) per un gruppo di adulti poco cresciuti che dovrebbe rispecchiare lo stato di buona parte della nostra società. Ora il viaggio che segue questo traguardo mette alla prova le conquiste del primo film, per un ulteriore passo in avanti nella scala della maturazione. In questo nuovo film gli immaturi, trovata ormai una sistemazione sentimentale (tutti tranne uno, il donnaiolo indefesso) passano al livello successivo: mantenerla. Tra tradimenti veri e presunti, velleità di indipendenza e confronto con la propria volontà di non impegnarsi.
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Almanya - La mia famiglia va in Germania
di Yasemin Samdereli. Con Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto, Aylin Tezel, Petra Schmidt-Schaller, Rafael Koussouris. Germania 2011. Durata 101’.
Dopo aver lavorato per 45 anni come operaio ospite ("Gastarbeiter") Hüseyin Yilmaz, annuncia alla sua vasta famiglia di aver deciso di acquistare una casetta da ristrutturare in Turchia. Vuole che tutti partano con lui per aiutarlo a sistemarla. Le reazioni però non sono delle più entusiaste. La nipote Canan poi è incinta, anche se non lo ha ancora detto a nessuno, e ha altri problemi per la testa. Sarà però lei a raccontare al più piccolo della famiglia, Cenk, come il nonno e la nonna si conobbero e poi decisero di emigrare in Germania dall'Anatolia. Esiste ormai nel cinema contemporaneo un modello di narrazione che potremmo definire "commedia sull'integrazione". Almanya aderisce pienamente al modello senza particolari originalità se non per la caratteristica (determinante) di scegliere come proprio soggetto una famiglia turca. Si sviluppa così una sorridente alternanza tra un passato di difficoltà e una progressiva crescita operosa. L'idillio prevale sui contrasti ma l'ironia non manca. Così come viene descritta con una molteplicità di sfaccettature la figura del nonno pronto ad integrarsi al suo arrivo ma ora assolutamente disinteressato ad acquisire la nazionalità tedesca caparbiamente voluta e ottenuta dalla moglie. La resa complessiva è di un'opera divertente che consente anche ai non esperti di storia e società tedesche di divertirsi e di fare anche produttivi paragoni con situazioni italiche passate e presenti.
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Io sono Li
di Andrea Segre. Con Zhao Tao, Rade Sherbedgia, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston. Francia 2011. Durata 100’.
Shun Li confeziona quaranta camicie al giorno per pagare il debito e i documenti che le permetteranno di riabbracciare suo figlio. Impiegata presso un laboratorio tessile, viene trasferita dalla periferia di Roma a Chioggia, città lagunare sospesa tra Venezia e Ferrara. Barista dell'osteria ‘Paradiso', Shun Li impara l'italiano e gli italiani. Malinconica e piena di grazia trova amicizia e solidarietà in Bepi, un pescatore slavo da trent'anni a bagno nella Laguna. Poeta e gentiluomo, Bepi è profondamente commosso dalla sensibilità della donna di cui avverte lo struggimento per quel figlio e quella sua terra lontana. La loro intesa non sfugge agli sguardi limitati della provincia e delle rispettive comunità, mettendo bruscamente fine alla sentimentale corrispondenza. Separati loro malgrado, troveranno diversi destini ma parleranno per sempre la stessa lingua. Quella dell'amore. Partendo da un luogo esistente, ‘provocato', smontato e ricomposto attraverso l'osservazione soggettiva di un'immigrata, Andrea Segre lo mostra nelle concrete trasformazioni stagionali e nelle più sottili conversioni sociali. Contro gli stranieri impersonali e posticci di Patierno e le sue ‘cose dell'altro mondo', il documentarista veneto ribadisce quelle di questo mondo e di questa Italia in rapporto dialettico, ostile o conciliato, con l'altro da sé. Un altro che è persona e mai personaggio.
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Mission Impossible: protocollo fantasma
di Brad Bird. Con Tom Cruise, Simon Pegg, Ving Rhames, Jeremy Renner, Anthony Mackie, Paula Patton, Vladimir Mashkov, Michael Nyqvist, Josh Holloway. USA 2011. Durata 100’.
Implicati loro malgrado in un gravissimo attentato terroristico al Cremlino l'agente Ethan Hunt e i suoi collaboratori sono messi al bando dal governo americano. Il Presidente lancia l'operazione "Protocollo Fantasma". Hunt e i suoi ufficialmente non agiscono più per conto degli Usa ma tocca a loro, senza alcuna copertura, cercare di fermare chi sta cercando di scatenare una guerra nucleare contando sulla mai sopita diffidenza tra russi e yankee. Le serie televisive, come si sa, sono concepite in modo tale da poter passare di mano in mano (leggi: di regista in regista). Siamo ormai alla quarta Mission Impossible e ogni volta abbiamo assistito a una conferma della continuità unita però a un'incessante variazione di stile. Brian De Palma, che aveva curato l'esordio, non aveva rinunciato al suo gusto per la ricerca stilistica e la citazione raffinata mentre John Woo aveva dato sfogo alla passione per l'esasperazione di ogni singolo dettaglio. J.J. Abrams aveva raccolto l'eredità cercando di portare alla storia il suo spiccato interesse per una costruzione narrativa in cui l'amato flashback entrasse in gioco per strutturare un'emozione che non scaturisse solo dall'azione. È ora il turno di Brad Bird di affrontare attori che agiscono in una dimensione in cui gli spettatori debbono essere disponibili a sospendere la famosa incredulità, pur umanizzando l'"incredibile" agente ed offrendogli delle occasioni per far emergere emozioni che vadano al di là della pura azione.
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Una separazione
di Asghar Farhadi. Con Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi, Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei, Shahab Hosseini. Iran 2011. Durata 123’.
Nader e sua moglie Simin stanno per divorziare. Hanno ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia undicenne ma Nader non vuole partire. Suo padre è affetto dal morbo di Alzheimer e lui ritiene di dover restare ad aiutarlo. La moglie, se vuole, può andarsene. Simin lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta col padre. È necessario assumere qualcuno che si occupi dell'uomo mentre Nader è al lavoro e l'incarico viene dato a una donna che ha una figlia di cinque anni e ed è incinta. La donna lavora all'insaputa del marito ma un giorno in cui si è assentata senza permesso lasciando l'anziano legato al letto, un alterco con Nader la fa cadere per le scale e perde il bambino. Asghar Faradhi conferma con questo film le doti di narratore già manifestate con About Elly. Non è facile fare cinema oggi in Iran soprattutto se ci si è espressi in favore di Yafar Panahi condannato per attività contrarie al regime. Ma Faradhi sa, come i veri autori, aggirare lo sguardo rapace della censura proponendoci una storia che innesca una serie di domande sotto l'apparente facciata di un conflitto familiare. Il regista non ci offre facili risposte (finale compreso) ma i problemi che pone sono di non poco conto per la società iraniana ma non solo. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l'eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina. Una nota a margine: il cinema iraniano è veicolo stabile di una falsificazione narrativa che sta a priori di qualsiasi sceneggiatura. Sussistendo il divieto per le donne di mostrarsi a capo scoperto in pubblico i registi sono obbligati a farle recitare con chador o foulard vari anche quando le scene si svolgono all'interno delle mura domestiche narrativamente in assenza di sguardi estranei stravolgendo quindi la rappresentazione della realtà.
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Il principe del deserto
di Jean-Jacques Annaud. Con Tahar Rahim, Antonio Banderas, Mark Strong, Freida Pinto, Riz Ahmed, Akin Gazi, Liya Kebede, Corey Johnson, Eriq Ebouaney. Francia 2011. Durata 130’.
Arabia agli inizi del Ventesimo secolo. Due guerrieri che si sono duramente combattuti sono uno di fronte all'altro. Il vincitore, Nesib emiro di Hobeika, decide che il perdente Amar, sultano di Salmaah dovrà consegnargli i suoi due figli Saleeh e Auda. I due bambini verranno cresciuti da Nesib e costituiranno la garanzia del rispetto del trattato che prevede che la "Striscia Gialla" (un'ampia fascia di deserto) divenga terra di nessuno e pertanto non rivendicabile. Quando però un petroliere texano gli dimostra che nella Striscia Gialla c'è il petrolio Nesib, che vuole lo sviluppo del suo polo infrange il trattato. Nel frattempo Saleeh è divenuto un giovane atletico e audace mentre Auda si è dedicato totalmente alla sua passione: la lettura. Il futuro prevede però per lui un'altra sorte.
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Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può
Film di fantasia. Regia di Mike Mitchell. USA 2011. Durata 87’.
I Chipmunks e le Chipettes si rilassano su una lussuosa nave da crociera, in rotta verso gli International Musica Awards, ma la tranquillità e il riposo non sono tra le abitudini di Alvin, che trova il modo di divertirsi pericolosamente, disobbedendo alle regole imposte da Dave. Ed è proprio giocando con un aquilone rubato ad un bambino che i sei scoiattoli finiscono naufraghi su un'isola deserta o quasi. Nella fiduciosa attesa che Dave verrà a salvarli, Alvin, Simon, Theodore, Brittany, Jeanette ed Eleanor, abituati ormai ai cibi raffinati e alle comodità, si trovano tutt'altro che a loro agio in quello che dovrebbe essere il loro ambiente naturale. In occasione della sua terza apparizione cinematografica in live action Alvin Superstar si riprende dalla battuta d'arresto del secondo capitolo e offre una nuova occasione di divertimento, diretta naturalmente ai più piccoli ma infarcita senza posa di citazioni cinematografiche e strizzatine d'occhio al pubblico adulto, che non ci si può permettere di annoiare.
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J. Edgar
di Clint Eastwood. Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Lucas, Judi Dench, Damon Herriman, Dylan Burns, Ed Westwick. USA 2011. Durata 137’.
Nominato capo dell'FBI dal Presidente Calvin Coolidge, J. Edgar Hoover è un giovane uomo ambizioso nell'America proibizionista. Figlio di un padre debole e di una madre autoritaria, Edgar è ossessionato dalla sicurezza del Paese e dai criminali che la minacciano a suon di bombe e volantini. Avviata una lotta senza esclusione di colpi contro bolscevichi, radicali, gangster e delinquenti di ogni risma, il direttore federale attraversa la storia americana costruendosi una reputazione irreprensibile e inattaccabile. A farne le spese sono i suoi nemici, reali o supposti, tutti ugualmente ricattabili dai dossier confidenziali raccolti, archiviati e custoditi da Helen Gandy, fedele segretaria che rifiutò il suo corteggiamento e ne sposò la causa. Quarantotto anni di ‘azioni' (il)legali, otto presidenti e un sentimento dissimulato dopo, quello per il collaboratore Clyde Tolson, Edgar detterà la sua biografia e le sue imprese. Una vita romanzata e smascherata al tramonto dalla coscienza di Tolson e dall'incoscienza del peggiore dei presidenti. Il mondo è imperfetto e Clint Eastwood lo ribadisce ogni volta che può. Ad essere perfetto è il suo sguardo sul mondo, dove ancora una volta un criminale 'rapisce' un bambino e dove il bambino scomparso diventa l'immagine dell'innocenza di un Paese sulla soglia di una crisi. Dentro una biografia emotivamente riservata e reticente, dietro una relazione a proprio agio negli interni, dove l'imbarazzo e la crescente attrazione divengono palpabili, dove un fazzoletto si fa vettore emotivo e fisico di una passione intercettabile, l'autore americano dimostra l'acume politico del suo cinema. Un cinema alla ricerca di un bagliore di innocenza nel cuore nero dell'America.
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Il gatto con gli stivali
Film d’animazione Dreamworks. Regia di Chris Miller. USA 2011. Durata 90’.
Tempo prima di conoscere Shrek l’orco verde di cui diventerà amico, Gatto intraprende un viaggio in compagnia del cervellone Humpty Dumpty e della volitiva e pratica gattina Kitty Softpaws per rubare la leggendaria Oca dalle Uova d’Oro. La Dreamworks arrivata alla quarta avventura del simpaticissimo Orco con Shrek - E vissero felici e contenti, ritorna in argomento, con un film assolutamente autonomo rispetto alla saga, ma con uno dei personaggi più simpatici e ‘indipendenti’ della compagnia, ovvero, il Gatto con gli Stivali, che anche storicamente, da un punto di vista favolistico, ha un passato più che autorevole. Molte delle caratteristiche originali del personaggio sono state mantenute, rendendolo ovviamente molto più solare e irresistibile, in questa pellicola la cui regia è stata affidata a Chris Miller che ha diretto anche il terzo Shrek.
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Le idi di marzo
di George Clooney. Con Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Max Minghella, Jeffrey Wright. USA 2011. Durata 101’.
Stephen Meyers è il giovane guru della comunicazione nella campagna per le primarie presidenziali del Partito Democratico negli Stati Uniti di un molto prossimo futuro. Il candidato che sostiene, sotto la supervisione del più anziano Paul Zara, è il governatore Mike Morris. Morris parte svantaggiato ma ha dalla sua l’appeal di un richiamo ai più profondi valori della Costituzione americana visti sotto una luce contemporanea e accattivante. Stephen avrà modo di scoprire progressivamente che Morris, che pensava fosse sufficientemente coerente con gli ideali professati, ha un lato oscuro. Viviamo davvero in tempi poco raccomandabili se anche George Clooney, progressista doc, lancia l’allarme nei confronti dei meccanismi di una democrazia che procedono grazie all’olio della corruzione e del ricatto. È un romanzo di formazione quello che ci viene proposto sotto le spoglie del thriller politico (dei cui sviluppi è bene sapere il meno possibile prima della visione) e quella formazione coincide con il degrado. Il fatto che Clooney, ispirandosi a un testo teatrale di Beau Willimon, si muova all’interno del campo democratico mostra come sia animato dal desiderio della messa in guardia. Non è una novità per il cinema americano scoperchiare le malefatte del potere, ovunque esso eserciti il suo perverso fascino. Clooney non è diventato un qualunquista di basso livello pronto ad affermare “i politici sono tutti uguali”. Si muove su un piano più elevato e perciò molto più significativo. Attraverso il mutamento (anche di espressioni) dell’efficace Ryan Gosling sembra volerci ricordare come la democrazia stia sempre più trasformandosi in una parola che si è svuotata del significato originario per includere invece opportunismi e compromessi da cui nessuno è esente.
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Midnight in Paris
di Woody Allen. Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Corey Stoll, Mimi Kennedy, Adrien Brody. USA 2011. Durata 120’.
Gil (sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore) e la sua futura sposa Inez sono in vacanza a Parigi con i piuttosto invadenti genitori di lei. Gil è già stato nella Ville Lumiêre e ne è da sempre affascinato. Lo sarà ancor di più quando una sera, a mezzanotte, si troverà catapultato nella Parigi degli Anni Venti con tutto il suo fervore culturale. Farà in modo di prolungare il piacere degli incontri con Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso e tutto il milieu culturale del tempo cercando di fare in modo che il ‘miracolo' si ripeta ogni notte. Suscitando così i dubbi del futuro suocero. Woody Allen ama Parigi: nella sequenza di apertura fa alla città una dichiarazione d'amore visiva che ricorda l-ouverture di Manhattan senza parole. Ma anche qui c'è uno sceneggiatore/aspirante scrittore in agguato pronto a riempire lo schermo con il suo male di vivere ben celato dietro lo sguardo a tratti vitreo di Owen Wilson. Solo Woody poteva farci ‘sentire' in modo quasi tangibile la profonda verità di un ‘classico' francese che nella parata di personalità che il film ci presenta non compare: Antoine de Saint Exupery. Il quale ne “Il piccolo principe” fa dire al casellante che nessuno è felice per dove si trova. Il personaggio letterario verbalizzava il bisogno di cercare sempre nuovi luoghi in cui ricominciare a vivere. Il Gil alleniano vuole sfuggire dalla banalità dei nostri giorni ma trova dinanzi a sé altre persone che esistono in epoche che ai posteri sembreranno fulgide d'arte e di creazione di senso ma non altrettanto a chi le vive come presente.
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Miracolo a Le Havre
di Aki Kaurismäki. Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen. Finlandia 2011. Durata 93’.
Il lustrascarpe Marcel Marx vive a Le Havre tra la casa che divide con la moglie Arletty e la cagnolina Laika, il bar del quartiere e la stazione dei treni, dove esercita di preferenza il proprio lavoro. Il caso lo mette contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che Arletty è malata gravemente e l'incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall'Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Con l'aiuto dei vicini di casa – la fornaia, il fruttivendolo, la barista - e la pazienza di un detective sospettoso ma non inflessibile, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a passare la Manica e raggiungere la madre in Inghilterra. Manica e raggiungere la madre in Inghilterra. Un cast di attori franco-finlandesi, con le facce e le fogge da polar melvilliano, interagiscono in quel di Le Havre in un quartiere dove ancora “buongiorno vuol davvero dire buongiorno”. È tutto qui il miracoloso nodo di poesia e disincanto, ottimismo e amarezza di cui è fatto Le Havre , uno dei migliori Kaurismaki in assoluto. Il finale si preoccuperà poi di illuminare il concetto, con uno splendido e improbabile ciliegio in fiore: un altro mondo è possibile o ci vorrebbe davvero un miracolo perché una storia come quella di Idrissa accadesse nella realtà? Entrambe le cose, sembra dire il regista: il cancro che affligge il nostro modo di vivere e di agire è a un livello più che mai avanzato, ma “restano i miracoli”.
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Sherlock Holmes – Gioco di ombre
di Guy Ritchie. Con Robert Downey Jr., Jude Law, Noomi Rapace, Stephen Fry, Jared Harris, Kelly Reilly, Geraldine James, William Houston, Gilles Lellouche. USA 2011. Durata 120’.
Il Principe d'Austria viene trovato morto e tutte le prove raccolte dall'Ispettore Lestrade indicano come causa della morte il suicidio. Sul caso decide di indagare anche Sherlock Holmes, convinto che il Principe sia stato vittima di un omicidio messo in atto da un genio del male: il Professor Moriarty. Nel tentativo di sventare il diabolico piano di morte e distruzione ideato da Moriarty, il grande detective affronterà un rocambolesco viaggio attraverso l'Europa in compagnia del fedele Watson e di Sim, una zingara cartomante cui Sherlock Holmes ha salvato la vita... Il sequel di Sherlock Holmes di Guy Ritchie vede il ritorno di Robert Downey Jr. nei panni di Holmes, di Jude Law in quelli del dottor Watson e di Rachel McAdams nel ruolo di Irene Adler. Tra le nuove entrate nel cast l'attrice svedese Noomi Rapace, che interpreterà un ruolo chiave e sarà la protagonista femminile; l'attore britannico Stephen Fry nei panni del fratello maggiore di Sherlock, Mycroft Holmes, un uomo indispensabile per il governo inglese che svolge spesso il ruolo di calcolatore umano; e Jared Harris nei panni del professor Moriarty, la nemesi di Holmes nelle opere di Conan Doyle, che controlla i criminali londinesi da dietro le quinte.
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Una separazione
di Asghar Farhadi. Con Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi, Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei, Shahab Hosseini. Iran 2011. Durata 123’.
Nader e sua moglie Simin stanno per divorziare. Hanno ottenuto il permesso di espatrio per loro e la loro figlia undicenne ma Nader non vuole partire. Suo padre è affetto dal morbo di Alzheimer e lui ritiene di dover restare ad aiutarlo. La moglie, se vuole, può andarsene. Simin lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta col padre. È necessario assumere qualcuno che si occupi dell'uomo mentre Nader è al lavoro e l'incarico viene dato a una donna che ha una figlia di cinque anni e ed è incinta. La donna lavora all'insaputa del marito ma un giorno in cui si è assentata senza permesso lasciando l'anziano legato al letto, un alterco con Nader la fa cadere per le scale e perde il bambino. Asghar Faradhi conferma con questo film le doti di narratore già manifestate con About Elly. Non è facile fare cinema oggi in Iran soprattutto se ci si è espressi in favore di Yafar Panahi condannato per attività contrarie al regime. Ma Faradhi sa, come i veri autori, aggirare lo sguardo rapace della censura proponendoci una storia che innesca una serie di domande sotto l'apparente facciata di un conflitto familiare. Il regista non ci offre facili risposte (finale compreso) ma i problemi che pone sono di non poco conto per la società iraniana ma non solo. Ciò che va oltre alla realtà iraniana è l'eterno conflitto sulla responsabilità individuale nei confronti di chi ci circonda. Ognuno dei personaggi vi viene messo di fronte e deve scegliere. Sotto lo sguardo protetto dalle lenti di una ragazzina. Una nota a margine: il cinema iraniano è veicolo stabile di una falsificazione narrativa che sta a priori di qualsiasi sceneggiatura. Sussistendo il divieto per le donne di mostrarsi a capo scoperto in pubblico i registi sono obbligati a farle recitare con chador o foulard vari anche quando le scene si svolgono all'interno delle mura domestiche narrativamente in assenza di sguardi estranei stravolgendo quindi la rappresentazione della realtà.
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Anche se è amore non si vede
di Salvatore Ficarra, Valentino Picone. Con Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Ambra Angiolini, Diane Fleri, Sascha Zacharias, David Furr, Giovanni Esposito, Fabrizio Romano. Italia 2011. Durata 96’.
Amici fin dall'infanzia, Salvo e Valentino gestiscono una piccola impresa di servizi turistici a Torino, accompagnando ogni giorno su un vecchio e colorato bus inglese gruppi di stranieri in giro per la città. Dei due, Valentino è l'uomo fedele e innamorato fino allo sfinimento della compagna Gisella; Salvo è invece lo scapolo scapestrato determinato ad assumere solo giovani guide turistiche carine e single. Quando Gisella, stremata dall'affetto sdolcinato e ossessivo di Valentino, chiede a Salvo di dirgli che vuole lasciarlo, si avvia una serie di romantici equivoci e di incroci sentimentali che coinvolgono anche Natascha, la nuova guida della società, Sonia, una cara amica d'infanzia, e Peter, il suo borioso fidanzato americano. A metà strada fra i toni farseschi di Franco e Ciccio e il registro brillante di Vianello e Tognazzi, Ficarra & Picone incarnano i poli oppositivi e complementari dell'uomo medio (l'ansiogeno e l'indifferente, il timido e lo spaccone, il prodigo e l'avaro). Dalla televisione al cinema, il duo palermitano non si accontenta di espandere la struttura dello sketch, ma cerca di applicare quello stesso tipo di lavoro sui difetti e le idiosincrasie dell'italiano medio ai luoghi comuni della commedia classica. Di fronte alla possibilità di costruire storie più ampie, è come se il loro interesse fosse quello di procedere dagli spunti più collaudati della scrittura per il cinema (lo scambio di nascite in Il 7 e l'8, i conflitti familiari in La matassa), e di rivederli alla luce della loro vivacità spudorata, di un ritmo tutt'altro che "nato stanco".
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Finalmente la felicità
di Leonardo Pieraccioni. Con Leonardo Pieraccioni, Ariadna Romero, Rocco Papaleo, Andrea Buscemi, Thyago Alves, Shel Shapiro, Michela Andreozzi, Maurizio Battista. Italia 2011. Durata 93’.
Benedetto (Pieraccioni) è un professore di musica di Lucca che chiamato dalla trasmissione di Maria De Filippi "C’è posta per te", scopre che sua mamma, scomparsa da poco, aveva adottato a distanza una bambina brasiliana. Sono passati tanti anni e quella bambina adesso è una bellissima modella, Luna (Ariadna Romero). Ora che la ragazza è in Italia per lavoro, vuole incontrare il suo “fratello” italiano. I due danno così vita ad un incontro imprevisto che sarà pieno di colpi di scena e di situazioni esilaranti: per esempio il professore di musica sostiene che la madre sia stata uccisa da Barbara Bouchet..! Ma come può essere mai possibile una cosa del genere? Insomma, quello della brasiliana e del professore di musica saranno due mondi a confronto, due modi di vedere la vita, ma sicuramente, alla fine, un unico obiettivo: capire perché il destino ha voluto che loro due s'incontrassero. Ogni due anni Leonardo Pieraccioni ritorna a Natale con una nuova commedia. L’ultima volta è stato con il divertente Io & Marilyn e ora arriva con Finalmente la felicità. Già dal titolo si capisce il periodo d’oro che sta vivendo il quarantaseienne regista toscano, asceso al successo con Il Ciclone: insieme a Domenico Costanzo e Giovanni Veronesi, scrive questa storia che parla di due fratelli che si ritrovano, di una famiglia che si allarga impersonando un uomo che corona il sogno di una vita.
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The Twilight Saga: BREAKING DAWN (parte 1)
di Bill Condon. Con Kristen Stewart, Robert Pattinson, Taylor Lautner, Ashley Greene, Peter Facinelli, Kellan Lutz, Jackson Rathbone, Elizabeth Reaser. USA 2011. Durata 117’.
Bella e Edward sono finalmente riusciti a sposarsi e subito dopo la giovane si accorge di essere in dolce attesa. La gravidanza si rivela però molto più rapida di una normale gestazione umana tanto che la salute della donna viene messa in serio pericolo. Edward interviene allora in aiuto della moglie e, trasformatala definitivamente in vampira, le consente di vivere più serenamente la vita con il marito e la bimba, che nel frattempo nasce, a cui viene posto il nome di Renesmee. Ma la convinzione da parte di alcuni vampiri che la piccola sia immortale, e che quindi potrebbe minare il segreto della loro esistenza, mette in serio pericolo il destino di Edward e di Bella.
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I soliti idioti
di Enrico Lando. Con Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli, Madalina Ghenea, Gianmarco Tognazzi, Valeria Bilello, Giordano De Plano, Miriam Leone, Marco Foschi. Italia 2011. Durata 100’.
L'incubo del volgare imprenditore romano Ruggero De Ceglie sta per realizzarsi quando il figlio Gianluca è in procinto di sposarsi. Per lui, sessantenne donnaiolo arricchitosi sui panini coi wurstel, avere un figlio colto e sensibile, determinato a sposarsi per amore con una ragazza poco attraente, è un'onta insopportabile, a cui decide di rimediare scommettendo con un altro laido imprenditore romano che Gianluca finirà a letto con la Sorcicova, una famosa top model di biancheria intima. Per vincere, è pronto a far saltare le nozze fingendosi malato terminale di "rontolite seborroica" e scortando il figlio fino a Roma a conoscere la modella. Nel frattempo, alcuni invitati al matrimonio vivono le loro personali disavventure: Fabio è convinto di essere rimasto incinta del suo compagno e interpreta la reazione sbigottita della gente per omofobia; una coppia di benpensanti alto-borghesi nasconde la propria crisi sentimentale con un guardaroba in coordinato e dissimula un malcelato razzismo attraverso gesti xenofobi; mentre un povero fattorino metallaro che deve consegnare il regalo di nozze agli sposi viene tormentato ovunque da un'impiegata delle poste indisponente. Dopo Checco Zalone, la Taodue di Pietro Valsecchi benedice così anche il passaggio di Nongio e Biggio al grande schermo, dimostrandosi garante fornitore di un'anima cinematografica per progetti para-televisivi. I due si approcciano alla scrittura per il film elaborando la storia attorno a due soli dei loro numerosi caratteri. La scelta ricade su "Father & Son": serie di sketch basati sul confronto padre-figlio. L'effetto "strana coppia" diventa il motore narrativo di un road movie che fa Milano-Roma in ambulanza attraverso un percorso fatto di tormentoni, insulti e nefandezze mascherate da lezioni di vita per il figlio prodigio.
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La peggior settimana della mia vita
di Alessandro Genovesi. Con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Monica Guerritore, Antonio Catania, Alessandro Siani, Chiara Francini, Nadir Caselli, Rosalba Pippa, Andrea Mingardi, Gisella Sofio, Alessandro Genovesi. Italia 2011. Durata 92’.
Paolo è in procinto di sposarsi con Margherita, la donna che ama. Manca solo una settimana alle nozze e tutto sembra prospettare un avvenire roseo e soave. Peccato che in quegli ultimi sette giorni ogni cosa paia rivoltarsi contro di lui e le sue romantiche aspirazioni. Tormentato da una collega ossessionata da lui e accompagnato da un testimone di nozze del tutto inaffidabile, in una sola settimana Paolo colleziona una serie di improvvide azioni dalle conseguenze disastrose tanto per la sua immagine agli occhi della fidanzata e dei futuri suoceri, che per la salute di cani e anziani parenti della sposina. Tanto che, a dispetto della devozione del povero innamorato, anche le serene prospettive del giorno più felice della sua vita cominciano a farsi fosche e incerte. Autore del testo teatrale da cui Gabriele Salvatores ha tratto la sua Happy Family eccentrica e sorniona, Genovesi per la sua prima regia effettua un tipo di operazione di saccheggio dall'immaginario d'oltremanica e d'oltreoceano. Al crocevia di questo scambio anglo-americano fra comicità farsesca e sopra le righe e toni candidi e melliflui, si situa in maniera icastica la personalità di Fabio De Luigi: è attraverso di lui che si avvia e si compie questo breve calvario umoristico di sfighe e umiliazioni che non nasconde il ritmo sincopato del format televisivo da cui prende avvio e che, anzi, fa delle naturali ellissi della propria struttura a episodi l'alibi per concentrarsi solo sui disastri e far ridere più agilmente.
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Matrimonio a Parigi
di Claudio Risi. Con Massimo Boldi, Anna Maria Barbera, Biagio Izzo, Paola Minaccioni, Massimo Ceccherini, Enzo Salvi, Rocco Siffredi, Loredana De Nardis, Emanuele Bosi, Guglielmo Scilla, Diana Del Bufalo. Italia 2011. Durata 110’.
Un imprenditore del nord, che vende i suoi prodotti direttamente in televisione su un canale minore senza pagare niente di tasse, e un finanziere del sud, ligio al dovere e sempre a caccia di evasori, entrano in contatto perchè i loro figli, entrambi artisti, condividono un appartamento a Parigi. Il giorno della consegna dei diplomi dell'istituto d'arte frequentato dai due sarà la scusa per un viaggio nella capitale francese in cui si incroceranno vite destini e amori di due famiglie apparentemente inconcibiliabili. Adulti che si comportano come bambini contrapposti a ragazzi dai sentimenti maturi e dalle molte certezze sul proprio futuro professionale e personale, ovvero l'impianto classico della commedia sentimentale italiana, quella che oppone ad una coppia (o più) di comici, le cui scene consistono in una sequela di gag, una parte più narrativa lasciata alla storia d'amore giovanile. Sotto la direzione di Claudio Risi (è la seconda volta dopo Matrimonio alle Bahamas) questa nuova variazione del cinema natalizio, riporta sul grande schermo i classici pregiudizi mascherati da maschere della commedia dell'arte e gag scatologiche. Un tipo di umorismo popolare che palesa la volontà di fare del film una commedia più di parole che di azione o di ribaltare alcuni tra gli stereotipi più innocui che ci siano (i meridionali votati all'illegalità e i settentrionali rigorosi).
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Arrietty
Film d’animazione Studio Ghibli. Regia di Hiromasa Yonebayashi. Giappone 2010. Durata 94’.
Sotto il pavimento di una grande casa nella campagna di Tokyo, vive la quattordicenne Arrietty con la madre e il padre. Sono una famiglia di “rubacchiotti”, alti dieci centimetri, che prendono in prestito dagli umani tutto ciò che serve loro per sopravvivere ma in piccolissime quantità, in modo che nessuno se ne accorga e possa scoprire la loro esistenza. Arrietty, però, in una delle sue incursioni nel giardino della casa viene vista da Sho, un ragazzino umano di 12 anni che soggiorna lì, presso la zia, in attesa di una rischiosa operazione al cuore. Nonostante la cosa scateni il terrore nei genitori, che si preparano immediatamente a traslocare, Arrietty capisce di potersi fidare di Sho e tra i due nasce una breve ma importante amicizia. Il primo adattamento di “The Borrowers”, romanzo dell’inglese Mary Norton (la stessa che nel 1973 ha ispirato la Disney per la creazione del capolavoro “Pomi d'ottone e manici di scopa”), risale a quarant’anni fa, ad opera di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, ma è rimasto in un cassetto per diverso tempo. Fortuna ha voluto che, dopo il successo di Ponyo, lo Studio Ghibli riprendesse in mano quel progetto e ne traesse questo delizioso film d’animazione, sceneggiato dallo stesso Miyazaki con Keiko Niwa e affidato per la prima volta alla regia di Hiromasa Yonebayashi, principale animatore dei più noti lungometraggi del maestro.
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Niente da dichiarare?
di Dany Boon. Con Benoît Poelvoorde, Dany Boon, Julie Bernard, Karin Viard, François Damiens, Bouli Lanners, Olivier Gourmet, Michel Vuillermoz, Christel Pedrinelli. Italia 2011. Durata 98’.
Nella primavera del 1986, Ruben Vandevoorde, un doganiere belga severo e sciovinista animato da un fervido odio anti-francese, vive con disperazione l'annuncio della chiusura delle frontiere europee. Sette anni dopo, alla vigilia della definitiva cancellazione delle dogane sul confine fra Francia e Belgio, Ruben trascorre le ultime ore di vita della frontiera dando sfogo a tutto il suo spirito nazionalista e tormentando i frontalieri francesi. Dall'altra parte del confine, tutti i vigilanti francesi odiano e temono a loro volta il razzista Vandevoorde e la sua pericolosa indisponenza. In modo particolare, lo teme il mite poliziotto Mathias Ducatel, innamorato di sua sorella e determinato a sposarla. Nel momento in cui viene deciso di creare una pattuglia di dogana mobile franco-belga per debellare un ingente traffico di droga, Mathias decide di far squadra con Vandevoorde per conquistare un posto nel cuore dell'arcigno francofobo e ottenere il suo beneplacito a entrare a far parte della famiglia. Per chi ha trovato uno straordinario successo “scendendo” a Nord e giocando con calembour e idioletti, è normale continuare a muoversi lungo i sicuri confini degli stereotipi culturali. Dany Boon è un maestro di questo tipo di comicità “di confine”, cercando ogni volta quelle barriere più spesse e dure con le quali divertirsi a giocare come un mimo di strada con un muro invisibile. Come il precedente Giù al nord, anche Niente da dichiarare parte da un contesto minuscolo e provinciale come quello della sottile linea che separa il Nord-Pas de Calais dalla Vallonia. Nel tornare indietro ai primi anni Novanta, Boon si diverte a raccontare l’abolizione delle dogane all’interno dell’Unione Europea come un periodo così vicino eppure così lontano mentalmente e tecnologicamente.
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Drive
di Nicolas Winding Refn. Con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Ron Perlman, Christina Hendricks, James Biberi, Kaden Leos, Steve Knoll, Oscar Isaac. USA 2011. Durata 95’.
Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto. Drive è una pellicola di gran classe e si segue tutta di un fiato. Merito di un interprete - Gosling, la scoperta dell' anno - che non ti stanchi mai di guardare; di un'attrice straordinaria e vibrante, la Mulligan, apprezzata in An Education e, a breve, in Shame. Merito di una sceneggiatura che Hossein Amini orchestra abilmente su impercettibili scarti temporali; della stilizzata Los Angeles impaginata dal direttore di fotografia, Newton Thomas Sigel; della musica di Cliff Martinez, collaboratore abituale di Soderbergh. Talenti eterogenei che, sotto la guida del talentoso Refn, conferiscono a Drive una tenuta forte, coerente.
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Ex – Amici come prima
di Carlo Vanzina. Con Enrico Brignano, Tosca D'Aquino, Anna Foglietta, Alessandro Gassman, Teresa Mannino, Ricky Memphis, Gabriella Pession, Paolo Ruffini, Vincenzo Salemme, Natasha Stefanenko. Italia 2011. Durata 98’.
Diverse storie si rincorrono con il tema comune del tradimento e dell’abbandono. Un politico italiano arrivato al parlamento europeo inizia una relazione platonica con una donna che poi scopre essere il primo ministro di un paese Baltico, un architetto romano si innamora senza saperlo dell’avvocato che cura il divorzio della moglie, un marito appena sposato incontra nuovamente una fiamma del passato mai sopita, un uomo lasciato si finge psichiatra perchè innamorato di una paziente e infine un ragazzo rincorre le ragazze appena mollate perchè sono più facili da conquistare. Arrivati alla 52esima pellicola della loro carriera i fratelli Vanzina per la prima volta girano il sequel di un film non loro. Questo Ex: amici come prima, segue infatti quell’altro Ex del 2009 firmato Fausto Brizzi. «Amm'a magnà!» grida ferocemente Tosca D'Aquino al marito, Vincenzo Salemme, fresco eurodeputato meridionale, che si vorrebbe opporre agli intrallazzi della politica italiana. Se la commedia all'italiana ha ancora un senso, «Amm'a magnà» è la giusta sintesi di quello che stiamo vivendo in questi anni. Non si sa perché, forse è banalmente una semplice mancanza di autocensura, i Vanzina si permettono nei loro film una serie di battute e di osservazioni sulla realtà italiana che non troviamo nelle commedie di autori più giovani.
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A dangerous method
di David Cronenberg. Con Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon, Katharina Palm, Christian Serritiello, Franziska Arndt, Clemens Giebel. Gran Bretagna 2011. Durata 93’. Zurigo 1904.
Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell'ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un'infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina. Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l'interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell'essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l'agire. Non c'è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C'è semmai un ritorno all'indagine della psiche. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell'inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.
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La pelle che abito
di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo, Eduard Fernández, Blanca Suárez, Susi Sánchez, Bárbara Lennie. Spagna 2011. Durata 120’. VM 14
Il chirurgo estetico Robert Ledgard ha perso la moglie in un incidente d'auto che l'ha completamente carbonizzata. Da allora, ha messo tutto il suo impegno di scienziato per costruire una pelle sostitutiva, leggermente più resistente di quella umana e perfettamente compatibile. Perfezionata l'invenzione, Robert ha avuto bisogno di una cavia e non ha esitato a sequestrare il ragazzo che ha tentato di stuprargli la figlia, a privarlo dell'organo più esteso del suo corpo e ad obbligarlo a (soprav)vivere in un'altra pelle, che non gli appartiene. Quando il film si apre su una bella ragazza con un'attillatissima tutina color carne, che fa yoga come fosse una ballerina di Pina Bausch e crea sculture ispirate a quelle di Louise Bourgeois, ci appare immediatamente chiaro dove ci troviamo: di fronte ad un Pedro Almodovar al cento per cento. Il resto del film si occuperà di confermare questa prima impressione. La scrittura è anche qui un meccanismo perfetto, rotondo, nel quale i dialoghi servono ad alleggerire una trama ritagliata con chirurgica perizia, come fosse fatta di pezzi di un puzzle o di lembi di pelle da far combaciare senza che si noti la cicatrice. A livello estetico, accade esattamente la stessa cosa: dentro un impianto visivo algido ed elegante, irrompe -volutamente grottesco- un uomo vestito da tigre. E poi telecamere nascoste, primi piani congelanti, scambi di sesso ma non di identità, madri con segreti mai confessati, figli/fratelli ignari l'uno dell'altro. Il mito di Frankenstein -espressione da sempre della paura nei confronti dei progressi della tecnologia e della scienza, e mito gotico per eccellenza-, più che oggetto di un'indagine o di una riflessione sembra servire ad Almodovar come un semplice contenitore, un involucro funzionale e intonato nel colore, resistente e compatibile con la celebrazione di sé e del proprio gusto.
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Tutti per uno
di Romain Goupil. Con Valeria Bruni Tedeschi, Linda Doudaeva, Jules Ritmanic, Louna Klanit, Louka Masset, Jérémie Yousaf, Dramane Sarambounou. Francia 2010. Durata 90’.
Nel 2067, Milana ricorda il periodo della sua prima infanzia, quando passava i pomeriggi coi compagni della scuola elementare a creare un piccolo commercio di dvd pirata e a rubare liquirizie dai negozi. In quegli anni, le nuove politiche d'immigrazione francesi causano l'espulsione di molti clandestini e lei, nata in Cecenia e arrivata a Parigi a tre anni senza documenti, rischia di dover abbandonare presto i suoi amichetti. Ma quando i bambini si rendono conto della situazione, si organizzano per tutelare la loro amica. In modo particolare Blaise, il giovanissimo leader della piccola banda, si impegna dapprima facendo in modo che la famiglia accolga Milana in casa sua, e poi organizzando una vera sparizione di grande richiamo per i media. Il cinema francese manifesta da sempre un'incredibile dolcezza nel raccontare la stagione più acerba dell'uomo, oltre a una straordinaria capacità di entrare in sintonia con lo sguardo puro e gli entusiasmi prorompenti di bambini e adolescenti. Nel cercare di plasmare un nuovo modello per le battaglie sociali, un ideale fatto di creatività e di non violenza con cui sostenere il futuro dell'integrazione e dell'accoglienza, Goupil tende spesso a diluire il suo discorso civile dentro a una parabola sulla genuinità e la forza immaginativa dell'infanzia perduta. Se, così facendo, si fa più flebile il messaggio politico, è vero anche che il film si carica di un sentimento poetico e melanconico tenero e suadente. È tutto magico finché si resta uniti, racconta in sostanza il film. La vera perdita dell'innocenza avviene quando ci si separa e si scopre di essere rimasti soli, con le mani in alto a dichiarare la nostra resa al mondo degli adulti.
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Bad Teacher: una cattiva maestra
di Jake Kasdan. Con Cameron Diaz, Justin Timberlake, Jason Segel, John Michael Higgins, Lucy Punch, Molly Shannon, Eric Stonestreet, Noah Munck, Kathryn Newton. USA 2011. Durata 92’.
Elizabeth Halsey è un'insegnante di letteratura dai metodi poco ortodossi e dalla condotta sregolata. Dopo aver lavorato per un anno in una piccola scuola media della provincia di Chicago, Elizabeth è prossima ad abbandonare finalmente l'istituto e il mondo dell'istruzione per sistemarsi con un ricco appassionato di opera. Ma quando questi decide di rompere il fidanzamento dopo aver scoperto le spese folli e le venali intenzioni della compagna, Elizabeth si trova costretta a tornare in mezzo a quei colleghi e a quegli alunni che aveva cercato di evitare per un intero anno. Rimasta senza soldi e con molti vizi, l'improvvida prof imposta il suo programma scolastico sulla visione di film in classe e su qualunque stratagemma per ottenere i soldi necessari a rifarsi il seno e conquistare il nuovo giovane supplente di matematica. Con buona pace degli amanti del cinema di buone maniere, 'Bad Teacher' è destinato a piacere a una bella fetta del pubblico italiano. Il cinema delle 'bad manners' sta ormai dilagando dopo 'Una notte da leoni' e delle 'Amiche della sposa'. Lo 'strong language' (leggi parolacce) pare l'unico eloquio ad avere oggi cittadinanza sullo schermo. Per 'Bad Teacher' avevamo un timore. Che esaurito l'effetto shock della presentazione di Elizabeth, il resto della storia trottignasse su strade consuete. Non è così. Le gag indovinate non mancano nel corso dei 92 minuti del film: le migliori riguardano i goffissimi rituali d'amore tra Elizabeth e I'imbranato.
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Carnage
di Roman Polanski. Con Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Francia 2011. Durata 79’.
In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d'arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L'imprevisto ‘dare di stomaco' sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un'esilarante carneficina dialettica. Non è la prima volta che Roman Polanski ‘costringe' e isola i suoi protagonisti a bordo di una barca, dentro un castello, oltre il ghetto di Cracovia, sopra un'isola (in)accessibile. Da sempre nella filmografia del regista polacco la separazione è necessaria per mettere ordine e avviare un' ‘inchiesta'. Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l'inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell'ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell'appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l'impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia'. Città immaginaria e ferocemente reale, New York apre e chiude il dramma da camera di Polanski, che spacca e fruga, ‘percorrendo' con lo sguardo personaggi già ipocriti e corrotti, strumenti di ferocia intrappolati in un cul de sac.
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Come ammazzare il capo… e vivere felici
di Seth Gordon. Con Jason Bateman, Charlie Day, Jason Sudeikis, Jennifer Aniston, Colin Farrell, Kevin Spacey, Donald Sutherland, Jamie Foxx. USA 2011. Durata 98’.
Nick, Dale e Kurt sono tre amici trentenni legati da una comune avversione per i loro rispettivi capi. Nick lavora in una compagnia finanziaria accumulando straordinari e continue umiliazioni per ottenere una promozione che il suo perfido amministratore finisce per riservare a se stesso. Dale è l'assistente igienista di una dentista erotomane, ossessionata dall'idea di molestare sessualmente il suo sottoposto mentre i pazienti sono sedati. Kurt è invece il contabile di un'azienda chimica in adorazione del suo vecchio capo, finché un giorno questi muore lasciando la presidenza al viscido figlio cocainomane che detesta Kurt e cerca di sfruttare l'azienda solo per organizzare festini e accumulare capitale da spendere in vizi di dubbio gusto. Una sera, durante una chiacchierata a un pub, fomentata da qualche bicchiere di troppo salta fuori un'idea: perché non uccidere i propri capi?
Il regista Seth Gordon si concede un cast di sole celebrità e, per tenere alto il tasso di adrenalina e comicità all'interno di una farsa mossa da una pulsione omicida ma senza particolari guizzi di humour nero o toni grotteschi, decide di metterle alla prova lungo il sentiero della new wave del buddy movie goliardico, strampalato e vagamente misogino del genere Una notte da leoni. Il potenziale di pura anarchia dispiegato dal racconto può contare sull'impiego di ottimi attori e sulla singolare energia propulsiva liberata dalla loro interazione. L'impetuosa verve del film sta quindi tutta nel gioco di squadra, in uno schema che conta su tre punte prese fra le nuove reclute della comicità televisiva e su una retrovia di soli fuoriclasse.
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I pinguini di Mr. Popper
di Mark Waters. Con Jim Carrey, Carla Gugino, Ophelia Lovibond, Philip Baker Hall, Angela Lansbury. USA 2010. Durata 94’.
Dopo aver conosciuto suo padre soprattutto via radio attraverso i racconti delle sue avventure dai quattro angoli del pianeta, Tom Popper è cresciuto ed è diventato a sua volta un padre assente per i suoi due figli. La sua principale preoccupazione è il suo lavoro come agente immobiliare di lusso e la possibilità di diventare il quarto presidente della società più importante di Manhattan. Impegnato ad acquistare il celebre Tavern on the Green di Central Park per ottenere l'agognata promozione, Popper apprende che suo padre è morto durante una spedizione in Antartide e che gli ha lasciato in eredità un gruppo di pinguini. La convivenza con i pennuti non si rivela affatto semplice, ma ancor meno semplice pare il tentativo di liberarsene. Carrey torna finalmente a mettere in gioco la faccia e i suoi zigomi elastici, pronto a competere con la naturale tenerezza dei pinguini e coi privilegi loro accordati dalla computer grafica. La sfida fra Popper e i suoi pinguini segna anche il confronto fra una comicità prettamente infantile, che punta più sulle espressioni fisiche e fisiologiche dei pennuti, e un umorismo più classico, venato di brillanti rimandi all'immaginario natalizio americano (soprattutto newyorkese). I due toni riescono ad integrarsi piacevolmente creando gag fantasiose.
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I Puffi
Film di fantasia. Regia di Raja Gosnell. USA 2011. Durata 90’.
Tutto scorre tranquillo nel villaggio dei Puffi come da sempre. Grande Puffo e i suoi 100 figli lavorano, cantano e preparano la festa della Luna blu mentre Gargamella cerca un modo di catturarli. Un errore di Puffo Tontolone però farà scoprire al mago malvagio l’ubicazione del villaggio e costringerà tutti a una fuga al termine della quale Grande Puffo, Puffetta, Puffo Coraggioso, Brontolone e per l’appunto Tontolone saranno scaraventati attraverso un vortice dimensionale a Manhattan e Gargamella appresso a loro. Nella grande mela i piccoli Puffi cercheranno in ogni modo di scatenare il medesimo incantesimo che li ha portati lì, in modo da tornare nel loro mondo, mentre Gargamella sfrutterà la sua magia per catturarli. Ad aiutarli una coppia di newyorchesi con un bimbo in arrivo. Partendo da un mostruoso lavoro sull’animazione digitale dei personaggi principali e sulla realizzazione di un villaggio che è contemporaneamente realistico e favolistico, il primo film in live action dei personaggi creati da Peyo è un’opera che segna lo stato dell’arte della tecnica di animazione computerizzata e la applica a un’idea di cinema classica per l’infanzia. La cosa più curiosa è come con spirito molto moderno, consapevole della natura del mezzo cinematografico e geek nella sua attitudine, il film di Raja Gosnell applichi la consueta parabola disneyiana: un'avventura morale al termine della quale si ricostituisce un equilibrio e si impara una lezione.
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Il ragazzo con la bicicletta
di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne. Con Jérémie Renier, Cécile De France, Olivier Gourmet, Thomas Doret, Fabrizio Rongione, Egon Di Mateo. Belgio, Francia 2011. Durata 87’.
Cyril ha dodici anni, una bicicletta e un padre insensibile che non lo vuole più. ‘Parcheggiato' in un centro di accoglienza per l'infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ‘a darlo via' insieme alla sua bicicletta. Durante l'ennesima fuga incontra e ‘sceglie' per sé Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile, Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali Cyril (ri)troverà la strada di casa. Cyril, figlio ripudiato con gli anni in tasca, resiste a muso duro al vuoto affettivo che lo circonda, pedalando dentro e attraverso la paura, intestardendosi nel silenzio o facendo il diavolo a quattro. Il reale per il fanciullo è sempre in agguato ma ad esso si oppone ‘aggrappandosi' e stringendosi forte a una figura femminile bella e raggiungibile come una mamma. Cécile de France è il volto e il corpo che Cyril vuole per sé, la figura materna che pretende e a cui si concede. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento, producendo una passeggiata a due ruote di grande forza espressiva e creativa. Se come sosteneva Luigi Comencini mettersi al livello dell'infanzia è l'unico modo per liberarla, i Dardenne accreditano e ribadiscono la sua affermazione, accompagnando la corsa di Cyril verso una raggiunta consapevolezza e un nuovo elemento: l'amore.
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Kung fu panda 2
Film d’animazione. Regia di Jennifer Yuh. USA 2011. Durata 91’.
Il kung fu forse è arrivato alla fine dei suoi giorni, l'era industriale incalza nella figura del perfido Shen, figlio dei reggenti, cacciato dal palazzo reale per aver voluto trasformare l'uso della polvere pirica dei fuochi d'artificio in quello della polvere da sparo dei cannoni. Ma il reietto non si arrende, e nell'oscurità accumula metallo per forgiare un esercito di cannoni, un'arma contro cui nemmeno i maestri kung fu possono fare nulla e che gli consentirà di avere la rivincita che cerca. Unica voce dissonante è una vecchia indovina che gli predice la sconfitta per mano di una forza bianco e nera in grado di accomunare ying e yang come nel simbolo del tao. A poco servirà lo sterminio di una villaggio di panda perchè, come in una tragedia greca, nel tentativo di allontanarsi da sè il destino indesiderato Shen non farà che creare la sua nemesi: Po. Grande ritmo in questo film, con veloci e divertenti dialoghi che si inseriscono nell'azione. E l'azione è veloce, e si nutre dei tanti dettagli che colpiscono l'attenzione dello spettatore. È proprio brava Jennifer Yuh Nelson, regista statunitense di origine sudcoreana, la prima donna a dirigere da sola un lungometraggio d'animazione. Ma se un film non è solo colori, movimento, frenesia, ambientazione magica, inquadrature spettacolari ed è anche quello che racconta e propone, allora il senso di Kung Fu Panda 2 è tutto da discutere.
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L’alba del pianeta delle scimmie
di Rupert Wyatt. Con James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox, Tom Felton, David Oyelowo, Tyler Labine, Jamie Harris. USA 2011. Durata 105’.
Nei laboratori di un'azienda farmaceutica di San Francisco, il giovane ricercatore Will Rodman sperimenta su degli scimpanzé gli effetti di un virus in grado di potenziare i ricettori neuronali e di fornire una possibile cura per l'Alzheimer. Una di queste cavie mostra lo sviluppo di un'intelligenza superiore alla media, ma viene abbattuta assieme alle altre dichiarando fallito l'esperimento quando risponde con aggressività ai tentativi dei medici di sottoporla a nuovi test. Lascia tuttavia nei laboratori un piccolo cucciolo, che Will decide di risparmiare alla soppressione e di accogliere in casa propria. Il tempo passa e dopo qualche anno lo scimpanzé, soprannominato Cesare, dimostra delle straordinarie capacità cognitive, imparando in fretta il linguaggio dei segni e raddoppiando il proprio quoziente intellettivo anno dopo anno. Ma con il suo cervello, cresce anche il bisogno di relazionarsi con un ambiente libero e con una specie all'altezza che non lo tratti da bestia o da mostro. “L'evoluzione diviene rivoluzione” recita la tagline americana del film. Aforisma perfetto per raccontare questo prequel-reboot espiantato direttamente dal lontano Pianeta delle scimmie datato 1968. Continui omaggi, rimandi e citazioni alla serie originale che tuttavia non costituiscono mai nostalgiche strizzatine d'occhio, quanto agganci per stupire e muoversi verso altre direzioni. Da questa ibridazione fra tragedia classica e romanzo gotico, fantascienza anni Settanta e horror da drive-in, il regista britannico dà vita a un dinamismo visivo che gli permette di muoversi in sintonia più con l'agilità di una scimmia ribelle che con quella di un giovane scienziato con troppi sogni. Tanto che è esattamente nel passaggio fra i due atti che si realizza la svolta del film: una “rivoluzione” del punto di vista che rovescia il posto dei buoni e dei cattivi rispetto alla saga originale.
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Le donne del 6° piano
di Philippe Le Guay. Con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy. Francia 2011. Durata 106’.
Parigi, 1960. Jean-Louis Jobert conduce la sua piatta vita di esperto finanziario vivendo con la moglie Suzanne e ricevendo ogni tanto la visita dei due figli mandati a studiare in collegio. Nella soffitta (definirla mansarda costituirebbe un eufemismo) vive un gruppo di donne spagnole spesso maltrattate dalla portinaia. Jean-Louis non si cura di loro fino a quando la vecchia governante non si licenzia per divergenze con Suzanne. Viene assunta la nipote di una delle iberiche, Maria, appena arrivata da Burgos. Jean-Louis comincia ad interessarsi a lei e, per traslato, alla vita delle sue compatriote che decide di aiutare nelle loro difficoltà quotidiane. Il cinema francese ha, tra le qualità che anche i più ostinati detrattori non possono non riconoscergli, quella di saper portare sullo schermo commedie la cui apparente leggerezza si rivela tale da farle apprezzare dal pubblico più vasto ma che, osservate con attenzione, si rivelano più significative di quanto non appaia a un primo sguardo superficiale. Quando poi si hanno a disposizione lo sguardo e il sorriso di un attore come Fabrice Luchini il gioco risulta ancora più facile.
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Super 8
di J.J. Abrams. Con Kyle Chandler, Elle Fanning, Joel Courtney, Gabriel Basso, Noah Emmerich, Ron Eldard, Riley Griffiths, Ryan Lee, Zach Mills, Amanda Michalka. USA 2011. Durata 112’.
Ohio, estate del 1979. Nel tentativo di girare un scena particolarmente efficace per un film in super 8 da mostrare ad un festival provinciale, un gruppo di ragazzi è involontariamente testimone di un terribile disastro ferroviario dal quale “qualcosa” fugge. La questione è talmente importante che la loro cittadina si riempie di militari intenti ad indagare mentre misteriosamente dalle case spariscono oggetti tecnlogici, persone e cani. Alla fine starà ai ragazzi riuscire a mettere insieme i pezzi di una storia che procederà comunque, con o senza il loro intervento, e dalla quale dovranno uscire vivi. Al suo terzo film J.J. Abrams gira la sua opera più complessa, l'unica in grado di fondere le molte diverse ossessioni della sua carriera anche televisiva. Partendo dall'idea di aderire agli stilemi e all'estetica di certo cinema spielberghiano (i ragazzi, le biciclette, la provincia, la fine degli anni ‘70, i problemi con i padri...), gradualmente Abrams contamina il suo film-omaggio di elementi personali. Invece che immedesimarsi totalmente e girare un film amblin al 100% Abrams sceglie di non rinunciare ai suoi controluce che provocano bagliori lenticolari, al suo gusto per la gestione del mistero, ai filmini d'epoca che rivelano segreti, al grande incidente o all'utilizzo di figure mostruose come metafora delle paure. Super 8 ha il merito di riuscire a ricongiungere trama e personaggi alla maniera di E.T. . Uno stile fondato prima di tutto su un casting a regola d'arte.
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